Cosa è davvero made in Italy? Il segreto di Stato sui cibi stranieri importati

Made in Italy si e no. Togliere il segreto sui prodotti di importazione. I pro i contro. Ma gli italiani sanno cosa mangiano?

di Antonio Amorosi

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Quanto latte in polvere, proveniente dai Paesi dell’Est o dalla Bolivia, finisce nelle mozzarelle di bufala made in Italy? E quanto riso cinese viene fatto passare per italiano? E quante patate egiziane? E’ il mercato del falso made in Italy nell’agroalimentare che vale oltre 100 miliardi di euro, con un aumento record del 70% nel corso dell’ultimo decennio.

Molte aziende importano materie prime e alimenti dall’estero, a bassissimo costo per rivenderli con il marchio del made in Italy, al fine di ottenere un guadagno centuplicato. Però molte di queste materie prime arrivano da altri Paesi anche per causa di forza maggiore, la produzione interna non copre il fabbisogno nazionale. Il caso vale soprattutto per i prodotti lavorati. Al tempo stesso le normative non ampliano le possibilità del made in Italy, sapendo che il consumatore italiano ma anche estero lo privilegia.Una gran confusione. Ma è possibile fare qualcosa di serio contro questa voragine economica?

Il ministero della Salute possiede una banca dati che consente di tracciare tutti gli acquisti fatti all’estero dalle imprese. Vengono indicati l’azienda acquirente, la quantità di bene importato e il Paese di provenienza. I dati però sono ritenuti riservati al fine di preservare i segreti commerciali delle aziende e far rispettare il diritto alla concorrenza. L’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura Coldiretti, un anno fa, ha chiesto al ministero di rendere pubblici almeno i dati relativi alle importazioni di latte in Italia in un trimestre. Ottenendo però un rifiuto. Coldiretti così si è rivolta al Tar Lazio, ma senza successo. Andando poi a bussare al Consiglio di Stato da cui ha ricevuto il lasciapassare. Ma senza risultati concreti perché dal ministero della Salute non vi è stata una diffusione del dato. Il ministero ha inviato a mille aziende una lettera, per chiedere l’autorizzazione alla diffusione dei dati da consegnare a Coldiretti. In più il Garante della concorrenza ha ritenuto distorsiva del mercato la diffusione del dato. Questo perché Coldiretti ha degli interessi contrapposti in campo (rappresentanti in molti consigli di amministrazione, ad esempio di grandi cooperative produttrici di latte, prodotti lattiero-caseari e affini). Così facendo avrebbe accesso a dati sensibili sui concorrenti. In più occorre ricordare che tutti i prodotti che utilizzano materia prima al 100% italiana lo scrivono in etichetta. Di conseguenza chi non lo fa realizza il proprio prodotto con la trasformazione di prodotti importati. Semplice e complicato al tempo stesso. Perché solo il consumatore molto attento ci fa caso, con un danno per il vero made in Italy e la riconoscibilità immediata di chi produce tutto in Italia.

Il diritto degli italiani a sapere se il bene che consuma è fatto con materia prima italiana dovrebbe essere sacrosanto e privilegiato, alimentando e facilitando chi ci riesce. La domanda poi è: se cadesse il segreto sui prodotti di importazione potremmo davvero avere degli elementi in più per capire cosa mangiamo? Molto probabilmente si.

Ma il dato dovrebbe valere per la tracciabilità reale dei prodotti di tutte le aziende, dovrebbe essere gestito da un ente terzo e senza essere consegnato in via esclusiva ad un soggetto che può avere interessi di parte o nel settore.

Per il 18 luglio prossimo è previsto un tavolo di discussione tra i ministri dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e quello della Salute, Giulia Grillo, a cui parteciperà anche Coldiretti, per far sparire la tutela della riservatezza delle informazioni sulle importazioni. Infatti Di Maio, invitato al Villaggio Coldiretti inaugurato ieri al castello Sforzesco di Milano, ha preso l’impegno di farlo cadere dicendo: “Vogliamo avere il diritto di sapere con quale latte si fa il formaggio. Il 18 luglio ci rivedremo per l’ultima volta sulla questione”.

Fonte: Affaritaliani

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