Ciminiere, nuvole di sale e freddo. È il piano per “ricongelare” l’Artico

Il progetto dell’università di Cambridge: spruzzare acqua di mare in cielo per creare una barriera contro i raggi solari

Se dicessimo che un piano per congelare il Mar Glaciale Artico sia «l’ultima spiaggia», per resistere al surriscaldamento climatico, sembrerebbe un gioco di parole.

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È quanto invece risulta in un progetto dell’Università di Cambridge: riportare l’Artico al suo stato di congelamento. Secondo le ultime stime, l’attuale strato di ghiaccio dell’Artico, ormai penosamente sottomesso ai cambiamenti climatici, comporterebbe che, entro l’estate 2030, esso potrebbe essere completamente disciolto.

Il «Centre for Climate Repair» (fresco di apertura proprio a Cambridge) valuterà quanto sia verosimile, sostenibile e attuabile un progetto di geo-ingegneria che prevede la deviazione dell’energia solare nello Spazio, metodi sperimentali per la rimozione del biossido di carbonio, dell’effetto serra e altre cruciali calamità dell’ambiente; ma la proposta che balza all’occhio è senza dubbio quella del dottor David King, secondo il quale «dobbiamo accelerare la velocità della transizione dai combustibili fossili, quindi imparare come rimuovere i gas serra dall’atmosfera molto più rapidamente: e infine puntare al clima, ovvero ricongelare l’Artico e forse l’Antartico». L’audacia dello scienziato, che richiama scenari da fantasia cinematografica, è così documentata: «Fino ad oggi siamo stati lentissimi per cui si tratterebbe di una extrema ratio. Tuttavia, ci sono ottime possibilità di successo, a patto che ci sia accordo in tutto il mondo e sufficiente impegno. Io mi sento ragionevolmente ottimista».

Altro punto del progetto di Cambridge, l’idea di spruzzare abbondante quantità di acqua salata nell’atmosfera delle regioni polari: ciò, almeno in teoria, favorirebbe la formazione di particelle di sale utili a depurare (sbiancare, letteralmente) le nuvole, che in questo modo consentirebbero un maggior riverbero del calore. E ancora: secondo gli scienziati di Cambridge, sarebbe utile rendere ecologiche le aree dell’oceano promuovendo una copiosa crescita del plancton. Obiettivo, rimuovere l’anidride carbonica in eccesso dall’aria.

Non è nuovissimo, tutto sommato, il piano che a un primo sguardo sembrerebbe delirante (il ricongelamento del grande mare del Nord). Già due anni fa, al Guardian, il capo ricercatore e fisico dell’Arizona State University, Steven Desch, aveva parlato così: «Il ghiaccio marino sta scomparendo nella regione a un ritmo senza precedenti, con conseguenze disastrose per il mondo nel suo complesso. Una possibile soluzione sarebbe installare circa 10 milioni di pompe eoliche sulla calotta artica per spruzzare acqua di mare sulla superficie e ricostituire il ghiaccio.»

Ovvio che un simile sconvolgimento degli ecosistemi pone perplessità anche sul piano politico. La paura, per esempio, che investimenti nella geo-ingegneria sollevino la pressione sui governi per tagliare emissioni di gas serra: ed è proprio il Times ad avanzare fuori dai denti una preoccupazione del genere. Dal canto suo, Emily Shuckburgh, cui sarà assegnata la guida del «Centre for Climate Repair» sostiene che «quando si mette mano a problema così complesso e urgente come il cambiamento climatico, la gamma di idee da sfogliare e indagare non esclude affatto innovazioni radicali come quelle proposte da David King». Ma chiarisce: «Nel valutare queste idee, occorre esplorarne ogni aspetto, inclusi i progressi tecnologici richiesti, le conseguenze non intenzionali, i costi, i regolamenti che sarebbero necessari. Infine, quanto una simile rivoluzione sarebbe accettabile per i cittadini del mondo».

Fonte: IlGiornale

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