Gli Stati Uniti avvertono l’Italia. E Roma deve dare una risposta

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Il memorandum fra Italia e Cina per la Nuova Via della Seta agita ancora i sonni degli Stati Uniti, che da tempo minacciano il nostro Paese di ritorsioni per la scelta di unirci all’iniziativa cinese. Ieri, l’ambasciatore Usa in Italia, Lewis M. Eisenberg, è stato chiarissimo. Prima ha parlato del rammarico americano per la scelta di Luigi Di Maio di recarsi in Cina prima di andare negli Stati Uniti, poi ha ricordato che Washington è estremamente dispiaciuta per quanto avvenuto durante la visita di Xi Jinping a Roma e Palermo. Perché gli Stati Uniti non volevano che venissero firmati quegli accordi. E Eisenberg, pur ammettendo che tutti vogliono fare affari con la Cina, ha ribadito la necessità di escludere determinate aree strategiche dai patti con Pechino. In primis il 5G.

Le parole di Eisenberg risuonano limpide. Non accenna a cambi di rotta da parte degli Stati Uniti. Segno che questo accordo con Pechino non sia affatto stato rimosso dai pensieri americani. Anzi, è molto probabile che il governo statunitense continui a battere su questo tasto e chiedere garanzie a tutti i partiti di governo e anche dell’opposizione. Tanto è vero che dopo essersi augurato un Di Maio “illuminato” dopo il viaggio in America, ha incontrato in queste ore anche Nicola Zingaretti, neo segretario del Partito democratico. Così, dopo aver confermato i rapporti con la Lega e gli altri partiti di centrodestra, ha voluto ribadire la volontà di Washington di blindare l’asse con Roma coinvolgendo tutti i partiti presenti in parlamento.

I segnali americani continuano ad arrivare. E a questo punto è evidente che Palazzo Chigi dovrà dare una risposta. Perché quello posto da Washington non è un problema di poco conto. Ieri l’ambasciatore è stato netto: “Gli Usa non possono condividere informazioni con Paesi che adottano tecnologie cinesi, ci saranno implicazioni a lungo termine, siamo seriamente preoccupati per le conseguenze sull’interoperabilità Nato. Tutti vogliamo fare affari con la Cina, ma ci sono minacce informatiche”. L’irritazione americana è evidente. E nessuno Oltreoceano lo sta nascondendo. Prima era stato Garrett Marquis dalle colonne del Financial Times. Poi erano arrivati i tweet del National Security Council. Infine, in ordine sono arrivate le dichiarazioni di Mike Pompeo e di nuovo quelle di Marquis. Insomma, tutto l’establishment Usa ha pesantemente condannato la decisione del governo italiano.

Ed è del tutto evidente che il viaggio di Di Maio negli Stati Uniti sia servito a poco. Non per demeriti del vice premier, quanto per la frattura creatasi fra Roma e Washington con quella firma che tocca dei punti che gli Stati Uniti avevano detto di non voler inserire nel memorandum. L’inclusione dei porti di Genova e Trieste e la mancata esclusione formale dei colossi cinesi dalla rete 5G sono stati considerati dei veri e propri schiaffi d’immagine nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: leader che più volte si era speso in favore del governo giallo-verde in un momento in cui l’Italia aveva necessità di sostegno internazionale dopo l’isolamento dell’Unione europea e dell’assedio da parte dell’asse franco-tedesco.

L’Italia ha scelto una strada diversa dall’agenda statunitense e della Nato. Decisione legittima ma che ora impone anche delle risposte da parte del governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle. Perché fino a questo momento sono arrivate soltanto giustificazioni da parte dei nostri ministri, quasi a voler ridurre la portata dell’accordo con la Cina. Lo stesso governo che si è speso totalmente a favore dell’accordo, ora prova a spiegare a Washington che quel patto con Pechino in realtà è solo un patto commerciale senza risvolti geopolitici. Ma è del tutto evidente che così non è. Anzi, se il volume d’affari creato dai 29 accordi siglati a Villa Madama è in realtà ridotto rispetto ad altri contratti (vedi ad esempio quello della Francia con la Cina), per Xi Jinping contava soprattutto il messaggio politico lanciato con il suo viaggio a Roma, in cui è riuscito a includere un Paese del G7 e primo alleato americano nel sistema della Nuova Via della Seta.

L’impressione è che l’Italia abbia optato per una decisione utile ai suoi interessi ma priva di reale convinzione strategica. Il governo ha cercato a tutti i costi l’accordo con la Cina: ma sembra essere rimasto spiazzato dai severi moniti provenienti dall’America. E questo si nota anche dai dietrofront del governo su alcuni punti in cui più che confermare l’asse con la Cina prova in tutti i modi a rassicurare gli Stati Uniti. Di Maio ha incontrato direttamente John Bolton a Washington, mentre Matteo Salvini, pronto a sbarcare negli States dopo le europee di maggio, ha prima provato a divincolarsi dall’accordo non presentandosi fisicamente a Roma durante la visita di Xi per poi replicare ad Eisenberg dicendo: “Quelli della Via della Seta sono accordi commerciali che non mettono a rischio la sicurezza dei dati, di quello mi occupo io”. Una frase con cui il ministro dell’Interno ha voluto ribadire una sua red line. Ma intanto la scelta è stata fatta. E l’Italia rischia di perdere un alleato fondamentale.

Fonte: occhidellaguerra

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