Ma l’euro è davvero conveniente per gli europei?

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Il ventesimo compleanno dell’euro, la valuta comune istituita dall’Unione europea a gennaio 1999, è l’occasione propizia per una riflessione sui benefici ottenuti dai cittadini.

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Gli economisti possono dibattere sull’utilità generale dell’euro per le politiche regionali, ma è evidente che i cittadini dell’Ue non hanno guadagnato granché dall’introduzione della moneta unica. Se chiediamo a mio cugino che vive ad Amsterdam cosa ne pensa, ci racconterà dell’aumento dei prezzi di molti prodotti dopo l’avvento dell’euro. In uno spettacolo satirico olandese un comico impersonava il presidente della Banca nazionale dei Paesi Bassi che, facendo la spesa in un supermercato, esclamava: “Cavolo, ma quanto è rincarato il latte… maledetto euro!”. All’epoca la battuta risultava particolarmente ironica, perché proprio in quel periodo la Banca nazionale olandese inondava il Paese di opuscoli che magnificavano i vantaggi di cui tutti godevano grazie all’euro.

Non è nemmeno opportuno chiedere il parere del mio amico Prodromos, che oggi gestisce un bar nella capitale cipriota di Nicosia, perché i suoi commenti sono irriferibili. Fino alla crisi finanziaria che nel 2012 sconvolse l’economia di Cipro, Prodromos dirigeva una delle principali aziende alimentari dell’isola, ma poi, durante la crisi la Banca centrale europea, ordinò un prelievo straordinario su tutti i depositi non garantiti nelle due banche maggiori di Cipro, e Prodromos, titolare di un conto in una di queste, ci rimise due milioni di euro. Prodromos dà la colpa alla mentalità del denaro facile, diventata dominante grazie ai bassi tassi d’interesse e ai prestiti senza controllo dilaganti dopo l’avvento dell’euro.

Anche se un’ampia serie di pubblicazioni economiche conferma che l’adozione dell’euro non ha fatto impennare l’inflazione complessiva, sta di fatto che i rincari hanno colpito un paniere relativamente ristretto di prodotti essenziali per le famiglie europee, tra cui il latte, come risulta da questo studio e anche da molti altri.

Il movimento dei gilet gialli francesi è l’espressione di questo diffuso malcontento: l’euro è considerato il responsabile di gran parte dei mali e si è perfino parlato di attuare ritiri in massa dei depositi bancari in segno di protesta. La scintilla che ha fatto deflagrare la contestazione dei gilet gialli è stata il rincaro della benzina, una circostanza che esemplifica ampiamente la frustrazione suscitata dallo stato dell’economia francese.

Stabilità? Aumento del potere d’acquisto?

Secondo alcuni l’euro avrebbe stabilizzato l’economia dell’eurozona e aumentato il potere d’acquisto dei cittadini. Riguardo alla stabilità, basta considerare la fiducia dei consumatori europei, crollata a gennaio al minimo degli ultimi due anni e mezzo dopo un lunga debilitazione che durava almeno dalla crisi finanziaria del 2008. Può anche darsi che le strategie della Bce abbiano avviato la ripresa dell’economia europea, ma per il consumatore, bombardato da gragnole di cattive notizie di cui non si intravede all’orizzonte alcun miglioramento, il futuro non si annuncia roseo.

Secondo Aidan Regan, docente di scienze politiche nell’University College di Dublino, l’incapacità dell’Ue di elaborare strategie economiche lungimiranti, che non permette al consumatore europeo di vedere chiaramente la fine delle difficoltà, è la causa della perdurante sfiducia dei consumatori in tutto il continente. E questa sarebbe la “stabilità”?

Anche l’analisi comparativa dei prezzi in Europa rivela che l’euro non ha avvantaggiato gli europei. I livelli comparativi dei prezzi, ossia i rapporti tra le parità del potere d’acquisto e i tassi di cambio vigenti in ciascun Paese, esprimono le differenze tra i prezzi correnti nei vari Paesi, indicando il numero di unità della valuta comune necessarie per acquistare la stessa quantità di un prodotto in ciascun Paese. I livelli comparativi dei prezzi sono calcolati assumendo come valore 100 la media europea.

In quasi tutti i Paesi europei avanzati, compresi Cipro e Malta, il livello dei prezzi superiore o prossimo a 100 indica che per i consumatori di quel Paese l’acquisto di beni e servizi è relativamente costoso.

Un’indagine della società di ricerche di mercato Nielsen rileva l’aumento dell’insoddisfazione: “Quando i consumatori temono di perdere il posto di lavoro e pensano al futuro, la sensazione di insicurezza finanziaria riduce la propensione alla spesa, cosicché i consumatori esitano ad acquistare beni voluttuari o durevoli, e possono perfino rinviare la decisione”.

In altre parole, lo scontento serpeggiante in Europa per l’andamento dell’economia diventa una profezia che si auto adempie: gli europei sono sempre più preoccupati, quindi spendono meno e così la situazione economica peggiora. L’appartenenza all’eurozona non cambia in alcun modo questa dinamica.

In conclusione, è difficile credere che l’euro abbia rafforzato il potere d’acquisto dei consumatori. Può darsi che statisticamente i prezzi non siano aumentati di molto, ma il consumatore europeo percepisce l’instabilità di un’economia soggetta a sbalzi violenti e l’aumento del costo della vita, mentre il suo stipendio non tiene il passo dei rincari.

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