Cinque governi del niente e cittadini sull’orlo di una crisi di nervi

di Fabrizio Dal Col

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Il 2017 sta per imboccare il suo ultimo quinto e, nonostante siano trascorsi nove pesantissimi anni da quando è sopraggiunta la crisi, le ricette fattibili e concrete, tanto promesse agli italiani dai premier che si sono susseguiti nel corso di questi nove anni, ora stanno per rivelarsi per quelle che effettivamente erano: parole al vento.

Berlusconi, che allora ostentava lo stesso ottimismo del Renzi di ieri, dovette dimettersi quando lo spread arrivò a quota 570, e anche in quel momento, nel suo governo, nessuno era riuscito a mettere in campo una ricetta che fosse in grado di risolvere, o mettere la parola fine, a una crisi che continuava a mordere. In realtà, la maggioranza che sosteneva l’allora Cavaliere, vedeva come il fumo negli occhi i tagli alla spesa e, complice lo spread, l’impossibilità di tagliare la montagna degli 850 mld di spesa pubblica, fu costretto a gettare la spugna.

Monti, che la politica incapace lo volle per togliere le castagne dal fuoco, dopo che aveva presentato il suo programma di governo e la sua spending review al capo dello Stato, cominciò subito a traballare, messo anche lui con le spalle al muro a causa di una guerra messa in atto dalla stessa maggioranza che sosteneva Berlusconi. Il motivo? Ovviamente il solito: niente tagli alle spese e ai privilegi, perché, prima di tutto, bisognava garantire le
rendite di partito e gli annessi e connessi. Insomma, arrivato per salvare una Italia ormai con un piede nella fossa, per non subire il pericolo di essere fatto fuori, Monti prese la decisione di dimettersi.

Letta, che sembrava la persona più adatta a proseguire e sostenere il programma messo in atto da Monti, da subito iniziò invece a preoccuparsi della manovra finanziaria e a trovare le risorse necessarie, per procedere ai famosi tagli della spesa e delle rendite privilegiate, ma il tutto si concluse con tagli modesti. Quegli stessi numeri che si dimostrarono fin troppo contenuti e incapaci di affrontare un cammino verso le riforme, la solita maggioranza, e questa volta anche lo scalpitante collega di partito Renzi, per ragioni molto diverse, si sono invece ritrovati sulla stessa strada, che guarda caso mirava a far fuori Letta. Quindi, il “STAI SERENO”, che Renzi disse a Letta, divenne invece è “meglio che ti dimetti”.

Renzi, ottenne quello che voleva: da un lato la segreteria del Pd e dall’altro l’incarico a premier. Dopo il canonico discorso d’insediamento, il neo nominato premier fece subito capire alla maggioranza che lui avrebbe approvato le riforme, e anche i tagli, e se così non fosse stato si sarebbe poi dimesso. Sono trascorsi tre anni, ma di riforme degne di questo nome manco l’ombra. Resosi conto che non era così facile realizzare ciò che aveva promesso, Renzi, abbandonata l’idea delle dimissioni per salvaguardarsi un futuro nella politica europea al posto di Letta (che non volle sostenere per un incarico europeo), decise di spostare l’asticella delle riforme ai mille giorni. In sostanza, l’ex Sindaco fiorentino capì che era impossibile arrivare all’obiettivo, e così decise di mettersi al riparo dalle sue stesse dimissioni, per utilizzare meglio il tempo e i media qualora si andasse al voto. Fece il grande errore che consuetudinalmente fa il politico che si sente potente; una campagna devastante per vincere il referendum sulle riforme costituzionali, ma tutti oggi sappiamo come è finita. Dopo il referendum Renzi si defilò con le dimissioni, ma alla presidenza del Consiglio riuscì a far passare il suo fedelissimo Gentiloni, che oggi è il premier in carica, il quinto di una stessa legislatura,  che lo ascolta.

Concludendo: nove anni di crisi, cinque governi, e cinque premier che si sono succeduti a distanza di pochissimo tempo l’uno dall’altro, non sono bastati a trovare una soluzione in grado di salvare il Paese Italia. E gli italiani? Beh, fino ad oggi hanno solo subito le angherie della politica e il tira e molla dei partiti. Orbene, questi rimasugli della politica che si chiamano partiti, oggi sono ancora convinti di potersi tutelare il consenso, mentre invece non hanno ancora capito che sono già trascorsi la bellezza di nove anni. Non si rendono conto che la loro storia è finita, che i cittadini sono già sull’orlo di una crisi di nervi, e nemmeno si rendono conto che Theresa May, primo ministro britannico, e Donald Trump, neo presidente degli U.S.A, hanno posto il veto ai politici che sono contro le volontà popolari. E’ solo questione di tempo, ma questa politica ora non conta più nulla e rischia di diventare la responsabile di inevitabili rivolte popolari.

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