Vajont, 9 ottobre 1963 ore 22.39, 260 milioni di m³ di roccia scivolano nell’invaso

di Fabrizio Dal Col 

Ero ancora un ragazzino quando accadde la catastrofe del Vajont. Le mie origini sono proprio di quei luoghi. Per un certo periodo ho vissuto tra Agordo e Ponte nelle Alpi, che distano a pochi chilometri dalla diga. Il ricordo di questo immane evento non mi ha fatto dimenticare nulla, anzi, allora lo avevo vissuto intensamente, oggi con la celebrazione dell’anniversario lo vivo come se fosse appena accaduto. Quattro minuti. In quattro minuti si conclude, tragicamente, una storia iniziata 34 anni prima, nella valle di Erto e Casso, tra Veneto e Friuli. Nel 1929, Carlo Semenza, ambizioso ingegnere della Sade (Società Adriatica di Elettricità del Conte Volpi di Misurata), sceglie questo luogo per costruire la diga più alta del mondo. Lo affianca il geologo Giorgio dal Piaz, professore universitario di 57 anni e stimato decano dei geologi italiani. Scattano fotografie, fanno rilievi, raccolgono informazioni.

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La piana del Toc

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La piana del Toc, pascoli a Pian della Pozza

La valle scelta dai due studiosi è formata da due montagne: il monte Salta, dove si trovano i paesi di Erto e Casso, e il monte Toc, sul versante opposto. È sulle pendici del Toc, che formano un altopiano, che gli ertocassani hanno pascoli e campi. Alcuni hanno anche una seconda casa, lassù. Si coltiva mais, si allevano bovini, ci sono anche filari di viti: la gente del luogo sa bene che, sopra e sotto la piana, il terreno è soggetto a piccoli e continui franamenti. La toponomastica del luogo racconta proprio questa storia: “Vajont” vuol dire “viene giù”, “Toc” significa “pezzo, marcio”. Per i tecnici della Sade, però, non c’è luogo migliore per costruire la “banca dell’acqua”. Fulvio Bronzi, un foto-reporter de Il Piccolo di Trieste, arrivato sulla piana di Longarore raccontò :Un silenzio terribile, una spianata immensa illuminata dal sole. E tanti cadaveri, tutti nudi, gonfi di acqua, riversi nel fango. Accanto a loro carcasse di mucche, cani e alberi strappati alla vita dall’immensa ondata, scesa dal lago del Vajont”. Non starò qui a farvi l’elenco di quei giornalisti

Alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963, circa 260 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto a quello dell’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d’acqua al momento del disastro) creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 250 m in altezza il coronamento della diga e che in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³), scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto, seppur privato della parte sommitale) e si riversò nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi, e in parte ricadde sulla frana stessa (creando un laghetto). Vi furono 1 917 vittime di cui 1 450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni.

Lungo le sponde del lago del Vajont vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave, vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta, e risultarono profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Vi furono danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno, e allagata quella di Borgo Piave. I danni della tragedia sono stati computati in  900 miliardi di lire. I responsabili:  SADE, Montecatini, ENEL, Ministero dei lavori pubblici, Motivazione: Costruzione della diga del Vajont, in una zona con paleofrane.

L’evento fu dovuto a una serie di cause, di cui l’ultima in ordine cronologico fu l’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre la quota di sicurezza di 700 metri voluto dall’ente gestore, operazione effettuata ufficialmente per il collaudo dell’impianto, ma con il plausibile fine di compiere la caduta della frana nell’invaso in maniera controllata, in modo che non costituisse più pericolo. Questo, combinato a una situazione di abbondanti e sfavorevoli condizioni meteo (forti precipitazioni) e sommato a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc, accelerò il movimento della antica frana presente sul versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Pordenone (Friuli Venezia Giulia). I modelli usati per prevedere le modalità dell’evento si rivelarono comunque errati, in quanto si basarono su una velocità di scivolamento della frana nell’invaso fortemente sottostimata, pari a un terzo di quella effettiva.

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La “banca dell’acqua” nel progetto Vajont. Per compensare le irregolarità dei bacini del fiume Piave, con portate utili alla produzione elettrica solo in primavera e autunno, la Sade vuole costruire un enorme serbatoio idrico nel quale far confluire l’acqua dagli altri invasi della valle.

Per compensare le irregolarità dei bacini del fiume Piave, con portate utili alla produzione elettrica solo in primavera e autunno, la Sade vuole costruire un enorme serbatoio idrico nel quale far confluire l’acqua dagli altri invasi della valle.

Nel febbraio 2008, durante l’Anno internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth) dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il 2008, in una sessione dedicata all’importanza della corretta comprensione delle Scienze della Terra, il disastro del Vajont è stato citato, assieme ad altri quattro eventi, come un caso esemplare di “disastro evitabile” causato dal «fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare».

logtwitt@FabrizioDalCol

fonti: Vikipedia, Focus,

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