Quattro governi del niente e cittadini sull’orlo di una crisi di nervi

Questo articolo è stato già pubblicato nell’agosto 2014, ma oggi lo ripubblichiamo per confermare , nonostante quattro governi, che la spesa pubblica non la taglia mai nessuno

di Fabrizio Dal Col

Il 2014 sta per imboccare il suo ultimo terzo e, nonostante siano trascorsi sei pesantissimi anni da quando è sopraggiunta la crisi, le ricette fattibili e concrete, tanto promesse agli italiani dai premier che si sono susseguiti nel corso di questi sei anni, ora stanno per rivelarsi per quelle che effettivamente erano: parole al vento.

Berlusconi, che allora ostentava lo stesso ottimismo del Renzi di oggi, dovette dimettersi quando lo spread arrivò a quota 570, e anche in quel momento, nel suo governo, nessuno era riuscito a mettere in campo una ricetta che fosse in grado di risolvere, o mettere la parola fine, a una crisi che continuava a mordere. In realtà, la maggioranza che sosteneva l’allora Cavaliere, vedeva come il fumo negli occhi i tagli alla spesa e, complice lo spread, l’impossibilità di tagliare la montagna degli 850 mld di spesa pubblica, fu costretta a gettare la spugna.

Monti, che la politica incapace lo volle per togliere le castagne dal fuoco, dopo che aveva presentato il suo programma di governo e la sua spending review al capo dello Stato, cominciò subito a traballare, messo anche lui con le spalle al muro a causa di una guerra messa in atto dalla stessa maggioranza che sosteneva Berlusconi. Il motivo? Ovviamente il solito: niente tagli alle spese e ai privilegi, perché, prima di tutto, bisognava garantire le rendite di partito e gli annessi e connessi. Insomma, arrivato per salvare una Italia ormai con un piede nella fossa, per non subire il pericolo di essere fatto fuori, Monti prese la decisione di dimettersi

Letta, che sembrava la persona più adatta a proseguire e sostenere il programma messo in atto da Monti, da subito iniziò invece a preoccuparsi della manovra finanziaria e a trovare le risorse necessarie, per procedere ai famosi tagli della spesa e delle rendite privilegiate, ma il tutto si concluse con tagli modesti. Quegli stessi numeri che si dimostrarono fin troppo contenuti e incapaci di affrontare un cammino verso le riforme, la solita maggioranza, e questa volta anche lo scalpitante collega di partito Renzi, per ragioni molto diverse, si sono invece ritrovati sulla stessa strada, che guarda caso mirava a far fuori Letta. Quindi, il “STAI SERENO”, che Renzi disse a Letta, divenne invece è “meglio che ti dimetti”.

Renzi ha così ottenuto quello che voleva: da un lato la segreteria del Pd e dall’altro l’incarico a premier. Dopo il canonico discorso d’insediamento, il neo nominato premier fece subito capire alla maggioranza che lui avrebbe approvato le riforme e anche i tagli, e se così non fosse stato, si sarebbe poi dimesso. Sono trascorsi sei mesi, ma di riforme degne di questo nome manco l’ombra. Resosi conto che non era così facile realizzare ciò che aveva promesso, Renzi, abbandonata l’idea delle dimissioni per salvaguardarsi un futuro nella politica europea al posto di Letta (che non volle sostenere per un incarico europeo), ha deciso di spostare l’asticella delle riforme ai mille giorni.

In sostanza, l’ex Sindaco fiorentino ha capito che è impossibile arrivare all’obiettivo, e così ha deciso di mettersi al riparo dalle sue stesse dimissioni, e anche per utilizzare meglio il tempo e i media qualora si andasse al voto.

Concludendo: sei anni di crisi, quattro governi, e quattro premier che si sono succeduti a distanza di pochissimo tempo l’uno dall’altro, non sono bastati a trovare una soluzione in grado di salvare il Paese Italia. E gli italiani? Beh, fino ad oggi hanno solo subito le angherie della politica e il tira e  molla dei partiti. Orbene, questi rimasugli della politica, che si chiamano partiti, oggi sono ancora convinti di potersi tutelare il consenso, quando invece non si rendono conto che la loro storia è finita, e stanno portando noi cittadini sull’orlo di una crisi di nervi.

@FabrizioDalCol

Annunci